Mirko Demattè

Matter, memory and construction

The story, the journey.

Mirko col blocco Mirko Demattè

The story

Mirko Demattè was born in Trento on 9 September 1975. His first aesthetic experiences take shape in contact with the lush nature of Trentino, an environment that deeply marks his sensibility and his imagination.

A few years after his birth, his father moves to the United States; at the age of eleven he loses his mother and is raised by his grandparents. An experience that decisively shapes his character and his inner world, feeding that expressive search which will become the core of his artistic production.

At eighteen, driven by the desire to reunite with his father, he moves to the United States. Here he comes into contact with the works of Action Painting, recognising in that gestural, energetic painting the same chromatic intensity that has always fascinated and emotionally involved him.

The return to Italy coincides with the beginning of his full creative maturity. His first works are dominated by the force of colour, used as an instinctive language capable of expressing an intense, compressed inner self, in search of its own dimension.

Mirko che dipingeAfter years of experimentation, his research evolves towards a more essential and meditative reflection. His attention shifts to matter, to its memory and its preservation. Colour gradually gives way to black and white, while painting and sculpture begin to dialogue within a single expressive path in which three-dimensionality takes on a central role.

For a long time Demattè keeps his artistic production in the family's sixteenth-century villa. The works are born as intimate expressions of the soul, instruments of introspection and personal research. Only later will he feel the need to share this creative universe with the public.

His artistic inquiry pushes towards a symbolic origin of the universe, identified with absolute white. From this primordial surface, signs and particles take form and aggregate into ever more complex structures, until they conquer the third dimension through natural materials such as paper and wood. In the linearity of forms and in geometric rigour he finds the synthesis of his own poetics: «The simple and the void are everything.»

From this vision comes the cycle of the Costruzioni Contemporanee, in which painting and mixed media become instruments to represent the essence of constructions, whether architectural or inner. The works recount movement, transformation and the continuous evolution of reality, inviting the viewer to reflect on the structures that shape individual and collective identity.

The research continues naturally into sculpture. The Costruzioni transform into the Evoluzioni Contemporanee, made with welded iron and copper, up to the Evoluzioni Sospese in cast bronze. Through industrial materials, complex assemblages and a constant tension towards the balance between reality and imagination, Demattè creates works that go beyond the purely visual dimension, involving the viewer in a tactile and sensory experience as well.

Among his materials he favours copper, an ancient metal that has always accompanied human history and which, transforming over time through oxidation, becomes a metaphor for the continuous evolution of matter and of existence itself.

Entering a story in which form is born slowly out of life is possible by passing through the thin threshold that Mirko Demattè's work opens before us, like an interweaving of gestures and apparitions that matter holds still for a single instant, before returning them to the flow of time.
Fortunato D’Amico

Microgeografie della materia

Entrare in una storia in cui la forma nasce lentamente dalla vita è possibile attraversando il varco sottile che il lavoro di Mirko Demattè apre davanti a noi, come un intreccio di gesti e apparizioni che la materia ferma per un solo istante, prima di restituirli al flusso del tempo.

È un'esperienza concreta, sviluppata alla ricerca di un'unità olistica in cui ciò che sembra un segno separato è invece parte di una stessa trama, un frammento di un racconto più ampio che tiene insieme visibile e invisibile.

I lemmi usati per comunicare l'apparizione di un oggetto tangibile, nato dall'ispirazione di un tumulto dell'inconscio, e che prima, inevitabilmente, non aveva ancora contorni né fattezze definite, sono tratti a piene mani dal vocabolario immaginario del costruttore di città ideali.

Le superfici corrose, le saldature, le finestre scavate nel metallo, le strutture verticali, le case sospese o ridotte all'essenziale provengono da una lunga sedimentazione di fatti vissuti, di lavoro manuale, di perdite e di ricostruzioni intime.

Nei primi anni della sua ricerca estetica personale, è il frammento il nucleo generatore del vocabolario formale. L'idea e il percorso di creazione della forma sono per Mirko Demattè la prova di esistenza. La pratica artistica è vissuta in risposta a un bisogno psicologico di fissare qualcosa che non crolli.

Mani, volti, impronte, rilievi, parti anatomiche, superfici dense, scandiscono il tempo in cui la materia blocca e immobilizza il segno diretto del corpo e di una sua condizione d'essere. In quella stagione iniziale si poteva leggere l'urgenza primaria di lasciare traccia, imprimere presenza, dimostrare che qualcosa resiste. Già allora affiorava una tensione psicologica profonda. Chi ha conosciuto instabilità affettive o cambiamenti bruschi spesso sviluppa il bisogno di fissare punti certi. L'impronta è il primo di questi punti. È la prova che qualcuno è passato, che qualcosa è esistito.

Con il tempo frammenti dispersi hanno iniziato a organizzarsi in sistemi, montare telai, comporre moduli, allestire strutture che si aprono e si richiudono. È un passaggio decisivo. Dal punto di vista psicologico corrisponde alla trasformazione di un'esperienza emotiva in un ordine possibile. L'artista che da ragazzo ha conosciuto case molteplici, stanze provvisorie, oggetti distribuiti tra famiglie diverse, elabora inconsapevolmente una poetica dell'abitare. Le sue opere diventano case mentali, architetture minime, stanze essenziali in cui rimettere insieme ciò che la vita aveva sparso.

In questo contesto l'arte dipana in controluce il nucleo psicologico più forte della sua ricerca. Demattè costruisce per ricomporre, sia nel senso terapeutico semplificato del termine che in quello più profondo del gesto umano. L'arte cerca una misura dentro il disordine. Le finestre, elementi formali ricorrenti, sono aperture verso un altrove possibile. Le porte alludono alla scelta, all'ingresso in una inaspettata fase temporale in cui tutto magicamente accade, alla libertà di entrare e uscire da condizioni imposte.

Ogni durezza illumina il segreto di una cavità fragile custodita nel ferro.

Il bisogno di sollevarsi dal peso delle cose trova nella verticalità, costante del suo lavoro maturo, la sua forma più evidente.

Sotto il profilo sociologico il suo percorso possiede un valore raro. Demattè proviene da una cultura del lavoro materiale che in molte aree italiane ha fondato intere comunità: cave, ferramenta, officine, artigianato, commercio tecnico, restauro, edilizia. In questi mondi il sapere si misura con la precisione della mano e con la capacità di risolvere problemi reali. L'artista porta dentro l'arte questo patrimonio spesso trascurato dalla narrazione ufficiale. Le sue opere non nascono in una distanza aristocratica dal lavoro. Nascono dentro il lavoro.

Per questo i materiali che utilizza possiedono una densità diversa. Il ferro è officina, utensile, cantiere, fatica, durata, scintilla, rumore. Il legno è crescita lenta, fibra, tempo vegetale, memoria della casa. Le superfici ossidate raccontano stagioni attraversate, mani che hanno toccato, oggetti che hanno servito una funzione. Quando Demattè prende questi elementi e li trasforma in scultura compie un gesto sociale oltre che estetico. Restituisce dignità poetica a ciò che la modernità consuma e scarta.

La sua arte racconta anche la mutazione di un Paese e delle generazioni che hanno conosciuto e subito la svolta dal mondo manifatturiero a quello immateriale, che portano spesso dentro di sé una nostalgia senza nome: la perdita del rapporto diretto tra gesto e risultato. Demattè intercetta questa frattura storica. Le sue forme ricordano che l'essere umano continua ad aver bisogno di peso, resistenza, attrito, concretezza. In un'epoca fatta di velocità e immagini leggere, egli rimette al centro la gravità della materia.

Eppure il suo lavoro non resta imprigionato nel passato. Accade l'opposto. Dalla rudezza dei materiali nasce una sorprendente tensione verso il futuro. Le sculture verticali sembrano torri essenziali, antenne spirituali, organismi pronti a crescere. Le Evoluzioni Sospese, con le loro case ideali sollevate da terra, dichiarano chiaramente questa direzione. La casa, simbolo primario di riparo, viene liberata dal peso e portata in alto. È un'immagine potente. La dimora smette di essere recinto e diventa aspirazione. L'idea stessa di città è ripensata come comunità elevata da coscienza condivisa.

Dal punto di vista estetico Demattè compie un'operazione sottile. Tiene insieme opposti che di solito restano separati. Arcaico e tecnologico, villaggio e metropoli, artigianato e industria, memoria e avvenire, durezza e contemplazione. Nelle sue opere queste polarità cessano di confliggere. Entrano in una tregua attiva. Il bullone può convivere con la spiritualità, la saldatura con il silenzio, la trave con il sogno. È una lezione preziosa per il presente, spesso incapace di pensare le differenze come risorsa compositiva.

Anche il rapporto con il paesaggio rivela questa maturità. Quando le sculture abitano prati, montagne, giardini o spazi pubblici si pongono in ascolto con l'ambiente. Il ferro sale dal suolo con la stessa necessità di un tronco. Le linee dialogano con alberi e profili rocciosi. L'opera d'arte ricorda che la tecnica può ancora riconciliarsi con la natura senza mimetizzarsi né imporsi.

Una postura di osservazione del mondo materiale dalla quale prende forma un'idea di arte come ecologia del pensiero. L'ecologia si manifesta nel modo di organizzare la relazione tra elementi, nell'equilibrio che tiene insieme le differenze e nella continua attenzione al contesto.

La materia conserva la propria identità e allo stesso tempo, una volta ricollocata nello spazio aperto, assume una qualità che riguarda la luce, l'aria, il tempo. Le superfici reagiscono alle stagioni, cambiano tonalità, registrano lo scorrere delle stagioni sulla propria pelle. Accogliendo in sé le variazioni provenienti dall'esterno diventano parte di un ciclo più ampio.

Il pensiero si orienta verso una forma di attenzione che riconosce ogni elemento come attivo.

L'ecologia del pensiero si costruisce attraverso questa capacità di relazione e coinvolge il modo in cui l'essere umano dispone le proprie azioni nello spazio.

C'è infine un tratto umano che attraversa tutto il suo fare. Demattè non idealizza il percorso artistico. Sa cosa significhino mutui, responsabilità familiari, giornate lunghe, mestiere, rischio economico. Questa conoscenza impedisce alla sua opera ogni compiacimento retorico. Le forme restano asciutte, necessarie, essenziali. Nulla appare gratuito. Ogni pezzo sembra aver conquistato il diritto di esistere.

Per questo il suo linguaggio raggiunge persone diverse. Il critico legge riferimenti colti. Il lavoratore riconosce strumenti e competenze. Chi porta ferite personali vede case interiori e possibili vie di fuga, costruisce forme che rimettono insieme. È forse questa la matrice più profonda della sua ricerca. Prendere ciò che la vita disperde e offrirgli struttura, respiro, e un orizzonte d'avvenire.

Fortunato D'Amico · aprile 2026

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